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Rockin’ Country O Country-Rock Texano? Mike And The Moonpies – Steak Night At The Prairie Rose

Sono in sei, vengono dal Texas, dai pressi di Austin, dove è anche stato registrato questo nuovo album Steak Night At The Prairie Rose. Sono un sestetto guidato dal cantante Mike Harmeier, che scrive anche più o meno tutte le canzoni, e direi si possa affermare che fanno Texas country. A questo punto si apre il dibattito, breve: ma è rockin’ country, o country-rock, come dice una famosa battuta, è via Giuseppe Garibaldi vista da sinistra e via Garibaldi Giuseppe vista da destra, quindi solo una questione di prospettiva? Oppure c’è veramente differenza tra i due stili? Ho chiesto un parere al collega Marco Verdi che recensisce spesso dischi di questo filone e secondo lui:” Country-rock è una musica di base country, ma con i classici strumenti rock (tipo le chitarre elettriche) che si prendono la scena a scapito di banjo, violini, steel eccetera. Mentre il rockin’ country sono canzoni rock ma influenzate dal country, soprattutto nelle linee melodiche e nelle tematiche”. In effetti il confine è molto labile, visto che i Mike And The Moonpies annoverano due chitarristi (uno è lo stesso Mike), una steel guitar, un tastierista e la sezione ritmica, ma il loro genere è definito ugualmente rockin’ country, e quindi?

E quindi sorvoliamo e passiamo ai contenuti: questo è il loro quarto album di studio (più un live uscito nel 2017), tutti rigorosamente autodistribuiti e di difficile reperibilità, però il nuovo disco ha attirato anche l’attenzione della rivista Rolling Stone, e pertanto si è acceso l’interesse per la band, che comunque fa quasi 200 date all’anno in giro per gli Stati Uniti e quindi sono particolarmente rodati come gruppo; per l’occasione il disco ruota intorno a dieci brani, per un totale di circa 37 minuti di musica, e raccoglie un po’ tutte le sfumature della country music (come certifica anche la presenza dell’unico ospite Mickey Raphael, all’armonica in The Worst Thing). La partenza è sparatissima con Roadcrew, un rockin’ country (aaah!) vorticoso e a tutta pedal steel (il bravissimo Zachary Moulton) e chitarre (Catlin Rutherford), che però è apparentato anche con lo western swing e il boogie, qualche analogia con il sound di Commander Cody e soci (ma senza violino e con un organo vintage, suonato da John Carbone, nel ruolo del piano), comunque piacevolissimo; Might Be Wrong è più elettrica, più orientata verso il R&R, un misto di Asleep At The Wheel e Marshall Tucker Band, quindi pure elementi southern, con le chitarre che viaggiano sempre che è un piacere, Carbone passa al piano, Mike Harmeier canta sempre con ardore e bello stile, se fosse blues potremmo definirlo uno shuffle. Ma i nostri non sono estranei all’arte della ballata country, la title track Steak Night At The Prairie Night, ne è un ottimo esempio, direi più mid-tempo che ballad, comunque estremamente gradevole e decisamente ben suonata e cantata, tra le influenze possiamo citare George Strait, Clint Black, Dub Miller, ma anche il country-rock (aah aah!) anni ’70, forse più la Nitty Gritty che gli Eagles o i Poco, magari i primi Amazing Rhythm Aces.
Gettin’ High At Home ha un sound più tradizionale, anche se le chitarre vanno a tratti di riff come fossero gli ZZ Top per poi calmarsi subito, ma in generale siamo in prevalenza dalle parti di Nashville, con qualche capatina appena accennata, nel Bakesfield sound. The Last Time, scritta da Jonathan Terrell, ha perfino un piano elettrico in evidenza, qualche analogia con Loggins And Messina per gli elementi pop anni ’70, una melodia orecchiabile e radiofonica, mentre Beaches On Biloxi, uno dei brani migliori, è tipica Texas music, molto cantabile, con belle armonie vocali, la pedal steel che torna a farsi sentire, anche un bel ritmo, Rolling Stone lo ha paragonato a Elvis del periodo Vegas (bah). In Things Ain’t LikeThey Used To Be la voce è quella del “bravo cantante country”, ma il ritmo è decisamente più mosso, c’è persino una chitarra con wah-wah e degli accenni funky misti a R&R, tra piano elettrico e organo che irrobustiscono il suono con decisione. The Worst Thing, vista la presenza di Rapahel all’armonica e una weeping pedal steel, potrebbe passare per una delle ballatone in cui Willie Nelson è maestro, bella; Wedding Band è una classica honky tonky song in puro stile texano, molto avvolgente, con la conclusiva We’re Gone che riprende a viaggiare tra boogie, western swing e organetti vintage all’impronta, e chiude su una nota ottimista un disco che magari non entrerà negli annali della musica, ma piacerà agli estimatori del genere: già, ma quale?

 
 

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